Cosa hanno in comune l’8 Marzo, SDG 5 e la crescita economica?

La risposta è abbastanza semplice: le donne. L’8 Marzo è la Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne, SDG 5 significa “Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 5” e riguarda la Parità di Genere e, dati alla mano, le aziende a guida femminile prosperano e hanno una migliore cultura del lavoro.

Sustainability Pot si propone di essere una rubrica che affronta tutti gli aspetti della sostenibilità senza parlare per slogan per cui partiamo dall’analizzare i dati nell’infografica istituzionalmente più autorevole: il Report del 2020 sullo stato del progresso degli SDG redatto dalle Nazioni Unite (riportata tradotta sotto).

Per dare un po’ di contesto, gli SDG sono 17 macro aree di intervento definiti dalle Nazioni unite come gli aspetti necessari a perseguire lo sviluppo sostenibile. Ognuno ha i propri obiettivi specifici – target – e i relativi parametri per valutarne il progresso. 

Riguardano tutto: dalla riduzione della povertà alla parità di genere, dell’accesso alle cure mediche a condizioni di lavoro giuste ed inclusive, dal diritto ad avere fonti sicure ed economiche di energia pulita alla tutela della biodiversità terrestre e marina, dalla trasparenza e giustizia delle istituzioni alla promozione di partnership commerciali. A seconda della realtà specifica servono interventi più consistenti su certi SDG rispetto ad altri ma non c’è sviluppo sostenibile se non si opera su tutti.

Infografica tratta e tradotta dal “Sustainable Development Goals Report 2020

Per quel che riguarda l’Italia possiamo prendere spunto dai dati dell’Global Gender Gap Report 2020 del World Economic Forum:

L’Italia nel 2020 occupava il 76esimo posto su 153 nazioni in termini complessivi di parità di genere, e giudicando dai dati, il problema non è tanto nella rappresentanza politica o nella presenza di donne in Parlamento, quanto sulle opportunità e sulla partecipazione alla vita economica (125esimi per parità di trattamento salariale).

In Italia lavora ancora meno di una donna su due.

Secondo gli ultimi dati Istat infatti, il divario fra tasso di occupazione delle donne e quello degli uomini è del 18,9%, in Europa fa peggio solo Malta. Se le donne hanno figli, la situazione peggiora: l’11,1% delle madri con almeno un figlio non ha mai lavorato. Sull’Italia pesa anche il divario salariale fra uomini e donne che rivestono lo stesso ruolo (parità di livello e di mansioni), e più le donne studiano, più si fa marcato: se un laureato uomo guadagna il 32,6% in più di un diplomato, una laureata guadagna solo il 14,3% in più. Oltre agli svantaggi dati dal gap salariale e alle difficoltà di carriera in certi settori come quello scientifico (STEM) e in posizioni di alto livello es. posizioni manageriali, le donne italiane sono penalizzate dalla mancanza di infrastrutture di assistenza e dalla difficoltà di accesso al capitale.

Dall’altro lato invece sul fronte dell’educazione l’Italia occupa la 55sima posizione su 149 Paesi, e sul fronte politico la 44esima. Di conseguenza, la sfida per risolvere la disuguaglianza di genere che pesa sul nostro paese parte dall’inserimento lavorativo delle donne nei settori del futuro, perché questo significa anche stimolare la crescita economica. E poi colmare il divario tra competenze e assunzioni: spesso infatti i datori di lavoro preferiscono ancora assumere un uomo.

In merito a questo punto, la ragione per cui è importante avere una componente femminile in posizioni decisionali è spiegata molto bene in questo post di Ellen Kullman, presidente e CEO di Carbon (la principale piattaforma di stampa 3D al mondo), exCEO di DuPont e ex direttrice di General Motors:

“Non si può avere diversità nel team se non si ha diversità tra i candidati. Avere un posto a tavola non significa nulla se il tuo punto di vista non viene apprezzato o ascoltato dagli altri membri”

“L’obiettivo [della parità di genere] non è quello di passare da una maggioranza di persone ad un’altra. Dobbiamo essere coscienti di chi c’è adesso al tavolo e chi deve esservi incluso, e come farlo intenzionalmente attraverso assunzioni adeguate”.

Il punto della parità di genere sul luogo di lavoro non è quello semplicemente di rimpiazzare personale in nome del mero genere anagrafico (tutte le altre discriminazioni sono incluse nel SDG 10 e le tratteremo in un altro articolo). L’obiettivo da raggiungere è il rafforzamento della scelta meritocratica delle persone che si vuole in azienda, e in ruoli di comando nello stato, perché rappresentanza significa voce in capitolo nelle decisioni e dati alla mano paga in termini di: profitto, fidelizzazione aziendale, ritorno di immagine e performance dei dipendenti.

La sostenibilità è (anche) donna

Esempi di donne al comando di compagnie di successo sono: la CEO di Patagonia Rose Maccario (ex CEO dal mese scorso), Susan Wojcicki (YouTube), Lisa Su (AMD – hardware per PC, videogiochi, smartphone e droni militari), Marillyn Hewson (Lockheed Martin – aviazione da combattimento), Whitney Wolfe Herd (Bumble – una delle più note App di incontri), e altre che potete leggere in questo articolo.

Se guardiamo invece a leader politici abbiamo: Jacinda Arden (Primo Ministro della Nuova Zelanda), Tsai Ing-Wen (Primo Ministro di Taiwan), Katrín Jakobsdóttir (Primo Ministro Islandese), Sanna Marin (Primo Ministro Finlandese), ecc. e sono tutti stati che prosperano, con alti livelli di qualità della vita e giustizia sociale.

Se volete approfondire l’argomento vi suggerirei anche di leggere alcuni dei lavori di Avivah Wittenberg-Cox, un’autorità nel campo del colmare il gender gap a livello di business e istituzioni pubbliche, e di seguire Patrizia Michela Giangualano, una specialista in sostenibilità e che insieme a Lorenzo Solimene ha scritto il libro “Sostenibilità in cerca di imprese” (prefazione di Enrico Giovannini, ex presidente dell’ASviS e attuale Ministro delle Infrastrutture).

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